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Come sconfiggere l’open source

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Image by jagelado via Flickr

Deishin Lee (Harvard Business School) e Haim Mendelson (Stanford Graduate School of Business) insegnano in due tra le più prestigiose school of business del mondo.

La ricerca

Un articolo su cnet riporta che i succitati professori hanno congiuntamente pubblicato una ricerca dall’eloquente titolo “Divide and Conquer: Competing with Free Technology Under Network Effects.” all’interno della quale vengono proposte alcune strategie rivolte a combattere l’avanzata delle applicazioni open source sul software proprietario e commerciale.

I punti chiave sui quali si fa leva sono essenzialmente tre:

  • Tempismo
  • Caratteristiche del prodotto
  • Effetto rete

In un mondo perfetto

Secondo Mendelson, lo scenario ideale per un’etichetta commerciale consisterebbe nel, cito,

[...]to bring its product to market first, to judiciously improve its product features, to keep its product “closed” so the open source product cannot tap into the network already built by the commercial product, and to segment the market so it can take advantage of a divide-and-conquer strategy.

Quindi vantaggio del primo entrante mescolato ad un costante miglioramento del prodotto, che deve essere tenuto rigorosamente a codice chiuso per impedire che il software open possa avvantaggiarsi dell’effetto rete creato dall’applicazione commerciale. Altrettanta importanza viene data alla segmentazione del mercato, utile ad instaurare un circolo vizioso generato dall’effetto rete stesso.

L’esempio principe che viene citato nella ricerca è Microsoft Office. Dapprima utilizzato in ambito professionale, è stato successivamente traslato al mercato consumer, che ha fatto a sua volta da traino per il mercato professionale. Spezzare una catena del genere non è certo facile.

In un mondo imperfetto

Ma cosa succede se è l’alternativa open source ad entrare per prima sul mercato?

In questo caso

the commercial vendor does well to enter the market with a compatible product and then invest in new product features to make its product compelling even though it costs more–a strategy sometimes known as “embrace and extend.” In this case, being “open” (or compatible) helps the commercial firm tap into the network created by the free product. Then, the commercial firm must compete by out-innovating the free product.

Dunque l’accento verte sulla compatibilità con l’applicazione open e sull’estensione delle funzionalità del prodotto. Lo step successivo è quello di rendere obsoleta l’alternativa gratuita, per poi estrometterla dalla rete alla quale la stessa ha dato vita.

Qualche precisazione

In questo frangente non mi interessano le considerazioni filosofiche open vs closed, non aggiungerebbero niente alla conversazione.

Comincerei invece a fare qualche precisazione rispetto all’articolo in lingua originale, nel quale ci sono a mio modo di vedere due inesattezze di fondo.

In primo luogo sembra che venga dato per scontato che il software open source sia gratuito, confondendo clamorosamente le due accezioni. Potrei anche sbagliarmi, ma l’impressione è quella.

In secondo luogo, non si palesa nemmeno lontanamente l’ipotesi che un’azienda possa guadagnare tramite l’open source, seppur con modelli di business non tradizionali. A mio avviso non ha più nemmeno senso parlare di alternative, ma di un modo come un altro per fare business.

Considerazioni

Tuttavia la cosa interessante sta nel fatto che due esimi ricercatori, appartenenti a scuole d’elite famose in tutto il mondo, si pongano il problema di come contrastare il fenomeno open source e del software gratuito. Questo potrebbe voler dire che effettivamente si avverte la necessità di improntare delle strategie per respingere una reale e sentita minaccia. Diciamo che lo sapevamo già ;) ma una conferma non fa mai male.

Dal punto di vista del consumatore i benefici che si traggono dall’allargarsi della concorrenza, prezzi più bassi e prodotti migliori, non possono che essere accolti positivamente.

E voi, come la pensate?

EDIT: Interessanti gli interventi sul forum di debianitalia.org riguardo l’argomento, mi trovano pienamente concorde.