Ed eccola qui a lato in tutto il suo splendore, la The Linux Fund Visa. A parte la magnificenza di avere Tux stampato in bella vista, è degno di nota il fatto che, ogni volta che viene effettuato un pagamento attraverso la carta, una cifra che varia a seconda del profilo scelto viene donata a The Linux Fund il quale provvederà ad utilizzarla per finanziare alcuni dei progetti Open Source che hanno bisogno di fondi. Per il resto ci sono tutti i servizi che offre una normale carta di credito.
Come è possibile vedere dalle slide sopra riportate, si prevedono di risparmiare parecchie migliaia di euro adottando il programma di noleggio dietro corresponsione di un canone, calcolato in base al numero di dipendenti che accumulano più di 200 ore di lavoro l’anno. Nell’accordo vi è anche l’opzione Work at Home che permette l’installazione degli stessi software utilizzati al lavoro sui personal computer di proprietà dei dipendenti.
Bello, bellissimo…
C’è qualcosa però che non mi convince del tutto:
I soldi che sono stati risparmiati, saranno solamente dei tagli oppure verranno reinvestiti in qualcosa di concretamente utile per l’università?
Perchè non utilizzare per l’amministrazione software open source gratuito, pagando magari un contratto per il supporto? Ovviamente la convenienza va valutata tenendo conto di tempi e costi per la conversione dei dati, per l’apprendimento del personale e tutto ciò che è correlato ad un cambio di architettura. Si potrebbe iniziare con il mantenere Windows e migrare verso applicativi open per poi infine cambiare anche il sistema operativo con una alternativa libera ed in genere meno costosa a lungo termine, al fine di garantire coerenza e stabilità all’interno della rete.
Su questa falsa riga si potrebbe rendere disponibile il software a studenti e dipendenti senza restrizione alcuna nel numero e nel tipo di utilizzo (vedi punto successivo)
Il contratto in questione non mi è chiaro sui costi a lungo termine del supporto e comporta restrizioni sulle modalità di utilizzo del software, imponendo alcune condizioni che l’utente dovrebbe autoimporsi, vincoli legittimamente da rispettare una volta che si sono accettati i termini della licenza.
Questo mio articolo non ha l’intento di essere una apologia del software libero nè voglio mettere al rogo Microsoft, ma vorrei solo capire se ci si sta muovendo nella direzione giusta.
Io non credo di avere tutti i dati necessari a disposizione e competenze approfondite per poter trarre delle conclusioni obiettive, ma sono convinto che in qualsiasi amministrazione pubblica l’utilizzo di software propietario sia uno spreco indicibile ed una mancanza di rispetto verso i cittadini che devono avere a che fare con degli applicativi di cui non si conosce il funzionamento interno e che conservano i dati sensibili di ognuno di noi.
In queste ore si sta svolgendo a Portland il primo Ubuntu Live, un evento atto a definire e ad esaminare i vari aspetti che coinvolgono la distribuzione sudafricana che in questi ultimi anni ha raggiunto una popolarità importante.
Per seguire l’evento passo passo voglio segnalare due fonti:
Il blog di Simone Brunozzi, Ubuntista, che blogga in diretta offrendo una bella testimonianza su ciò che sta accadendo alle conferenze ed offre una cronologia dei giorni precedenti.
Prendendo spunto dal profondo odio di Fedro per il festivalbar, ho deciso di mostrarvi il vero tormentone dell’estate, proposto in un fantasmagorico servizio di quella che è ormai la costola ufficiale di Verissimo, ovvero Studio Aperto.
Quell’accozzaglia di aggraziati movimenti prende il nome di Ballo della proboscide, creato nientepopodimenoche da Brian Bullard (from Brian and Garrison), ed elevato al rango di nuovo linguaggio per comunicare in discoteca quando la musica è troppo alta, come egli stesso ammette in un altro contributo e già ribadito nella clip precedente.
Non pensavo che si potesse scendere così in basso, e dire che il fondo è stato più volte toccato.
Ma vaffanculo ( ormai è stato sdoganato, posso permettermelo) ad entrambi.
P.s. Come vedi, Fedro, c’è di peggio :D